Numero di Dunbar
A proposito dei «social network» si evoca sempre più il cosiddetto “numero di Dunbar” (da Robin Dunbar, autorevole primatologo e antropologo), cioè l’estensione massima (150) dei membri di un gruppo sociale in grado di autogestirsi e di comunicare efficacemente sul piano affettivo-cognitivo. E’un numero che ricalca quello delle comunità (delle tribù) dei nostri antenati del Pleistocene, e che garantiva coesione, solidarietà e stabilità; oltre quel numero di aggregazione, le comunità diventavano invece conflittuali e caotiche.
Quanto alla continuità socio-culturale, vediamo sempre più ripresentarsi nella dimensione on line dinamiche di quella off line. Se l’informazione si arricchisce da un lato ma si rende meno controllabile dall’altro (vedi le «invenzioni» di Wikipedia); se il potere di Stati e corporations comincia a diventare pervasivo anche in Rete, incrinando le nuove utopie anarco-libertarie (vedi il Governo cinese che esercita censure commerciali sempre più vincolanti); se la discussione etica assume tonalità già note (vedi la pornografia, i filmati violenti su YouTube e il mercato pedofilo); e se- soprattutto- lo straordinario potenziale di informazioni e riflessioni è a rischio di nuove forme di populismo e di sottocultura, è evidente come gli universi on line e off line- l’aldilà e l’aldiqua del monitor- siano sempre più interconnessi da uno specchio fluido. Le rivoluzioni tecnologiche, ancora una volta, devono fare i conti coi vincoli fisiologici e culturali del Sapiens, tracciati in milioni di anni di evoluzione.
http://it.wikipedia.org/wiki/Rete_sociale



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